CRITICA SCOLARO - MARISA STROZZI

Vai ai contenuti

Menu principale:

CRITICA SCOLARO

Nulla succede per caso, neppure nell’universo delle coincidenze. E nulla si perde, come già avevano capito gli antichi greci anticipando le più moderne formule del principio di conservazione dell’energia. E’ rimasto chiuso a lungo il sacco della farina di Marisa Strozzi. Ma come una falda che sparisce, scorre sotterranea e riemerge improvvisa, inarrestabile, distante dalla sua origine, era fatalmente destinato a riaprirsi. Ma è ancora lo stesso fiume o, nel frattempo, è diventato qualcosa di diverso? Marisa si pensa “nella continuità dai quindici ai cinquanta anni, sempre qui a fare le stesse cose, a riflettere sugli stessi segni”. Mescolando polveri sottili, farina, sabbia, limatura, con la colla, impedisce di scomparire all’ineffabile, inventa un corpo riconoscibile a elementi caratterizzati dall’assenza: di forma, di peso, di colore e di durata, complici foglio e tavola. Gli insegna un ordine. O, meglio, glielo impone. Con tutta la sua tenerezza, Marisa sa essere perentoria. Fissare le immagini, bloccare un pensiero, arrestare il tempo, possono essere solo modi convenzionali di dire, a meno che, con assoluta determinazione d’artista non si prendano chiodi e martello e si rendano realtà effettive nell’azione, tramite il gesto che li obbliga ad essere davvero, a farsi oggetti visibili e tangibili, imprimendoli a fondo nella materia. Che, da grezza, opaca, sorda, si scopre a mano a mano versatile e capace di recepire e rispondere. A fronte di un’urgenza che non può più essere elusa.
I mezzi che tornano spontanei per esprimersi sono quelli del già antico lessico familiare del secondo Novecento, le procedure e i materiali di un’arte povera e processuale che di ogni componente eletto conserva e, al contempo, abolisce l’identità originaria, sollecitando nell’osservatore la contraddizione del riconoscimento più agevole e della più arrischiata scoperta. Si tratta di pitture o di sculture? Se il gesto non ammette dubbi, mira sempre alla permanenza, e così l’atto creativo: artigianale, impulsivo ed energico nell’inchiodare, riflessivo e misurato nel cucire, traforare, sgocciolare colla e parole, il risultato è più ambiguo, complesso, poetico, aperto a molteplici interpretazioni, che emergono chiamando in causa sensi diversi: la vista, per decifrare forme e figure con lo sguardo, il tatto, lasciando scorrere le dita sulle superfici accidentate, lisce e scabre, l’udito, complice indispensabile per cogliere il ritmo stesso della creazione.
Alle spalle di Marisa, oggi, sono oltre vent’anni di attività professionale come responsabile di progetti culturali ed educativi per un’impresa cooperativa di importanza nazionale. In questo tempo ha conosciuto molte persone e cose, ha letto, ascoltato, riflettuto, confrontato. Ha tenuto gli occhi aperti e li ha chiusi. Ha rimandato più che ha potuto l’appuntamento al quale, prima o poi, con maggiore o minore consapevolezza, si dice che ciascuno arrivi. Che è quello in cui ciò che si è davvero, nel profondo, ti si incolla inesorabilmente addosso.
Se è così, la biografia di Marisa Strozzi artista comincia ora, da qui.               

                                                                                                                                                                                 Michela Scolaro

TORNA

 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu